Eleonora Alberti – Storica dell’Arte e Divulgatrice Culturale

Comprendere l’Arte, raccontarne il Valore.

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✓ Consigliere del Club per l’UNESCO Ticino

✓ Vicepresidente dell’Associazione Valorizzazione dei Beni Culturali della Svizzera Italiana (AVBCSI)

✓ Presidente del Lions Club Laveno Mombello Santa Caterina del Sasso

✓ Membro del Comitato Direttivo e Scientifico della Gusto-Gräser-Gesellschaft

✓ Formazione Accademica Mostre & Pubblicazioni

La Roma che parla ticinese: gli artisti che hanno costruito la grande bellezza della Città Eterna

C’è una Roma che si svela soltanto a chi sa guardare oltre i nomi più celebri. È la Roma dei papi, delle grandi basiliche, dei palazzi monumentali e delle piazze scenografiche, ma anche quella delle mani che hanno scolpito la pietra, disegnato facciate, innalzato obelischi e trasformato lo spazio in meraviglia. Una Roma nella quale, dal Quattrocento in poi, il territorio che oggi chiamiamo Canton Ticino ha lasciato un’impronta straordinaria, tanto profonda da essere ancora sotto i nostri occhi, ogni giorno, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Per scoprirla bisogna partire da una storia di confini, migrazioni e talenti. Tra il Quattrocento e il Cinquecento, mentre le terre a sud del Gottardo entravano progressivamente nell’orbita dei Confederati svizzeri, le maestranze provenienti da località come Melide, Bissone, Capolago, Coldrerio e Rancate portavano altrove un sapere antico, maturato nei cantieri e nelle botteghe delle regioni dei laghi. Prima ancora che nascesse, nel 1803, la Repubblica e Cantone Ticino, uomini formati in queste terre erano già protagonisti della vita artistica europea. Non si trattava soltanto di pittori o scultori, ma di lapicidi, stuccatori, ingegneri, architetti, fontanieri e imprenditori edili: professionisti capaci di passare dalla lavorazione della pietra alla direzione di imprese monumentali.

Roma fu uno dei luoghi privilegiati di questa straordinaria avventura. E il viaggio comincia proprio dove la città sembra voler toccare il cielo: in Piazza San Pietro. Al centro della piazza si innalza un obelisco egizio che attraversa i millenni e domina lo spazio con la sua presenza solenne. Non fu Domenico Fontana a scolpirlo: quel monolite era già antico quando, nel 1586, papa Sisto V volle trasferirlo nella posizione attuale. Ma fu l’architetto nato a Melide, nel 1543, a progettare e dirigere una delle imprese ingegneristiche più spettacolari del suo tempo. Il trasporto e l’innalzamento richiesero un’organizzazione impressionante, con centinaia di uomini, cavalli, argani e funi. Un’operazione delicatissima, nella quale un errore avrebbe potuto provocare il disastro. Fontana trasformò così una sfida tecnica in un gesto destinato a entrare nella storia. L’obelisco divenne il fulcro simbolico della piazza e la testimonianza permanente della sua audacia. Ma la sua presenza a Roma non si esaurisce qui: il suo nome è legato anche alla Cappella Sistina di Santa Maria Maggiore, al Palazzo Lateranense, alle sistemazioni monumentali volute da Sisto V e alla grande stagione edilizia che ridisegnò la capitale pontificia. Insieme al fratello Giovanni, contribuì a un programma nel quale ingegneria, architettura e potere si intrecciavano in un’unica visione.

È una prima rivelazione: dietro la magnificenza di Roma non c’erano soltanto idee grandiose, ma persone capaci di renderle possibili. Eppure, se Domenico Fontana rappresenta il genio dell’impresa, un altro ticinese avrebbe dato alla città uno dei suoi volti più riconoscibili. Basta alzare lo sguardo verso la facciata della Basilica di San Pietro. Carlo Maderno, nato a Capolago nel 1556, apparteneva a una rete professionale nella quale i legami familiari e l’esperienza di cantiere erano fondamentali. Giunto a Roma ancora giovane, si formò lavorando con le maestranze legate ai Fontana, passando attraverso quelle competenze pratiche che permettevano a uno scalpellino o a uno stuccatore di diventare, con il tempo, un progettista di primo piano. La sua impresa maggiore fu la trasformazione della nuova Basilica di San Pietro. Maderno prolungò il corpo della chiesa, accentuandone lo sviluppo longitudinale, e realizzò la monumentale facciata completata nel 1612. Il risultato modificò profondamente la percezione dell’edificio concepito nelle sue fasi precedenti e consegnò alla cristianità un’immagine destinata a diventare universale. Davanti a quella facciata, è difficile non provare stupore pensando che una parte così importante dell’identità visiva di Roma sia stata plasmata da un uomo nato sulle rive del Ceresio. E non è tutto: Maderno partecipò alla realizzazione di Palazzo Barberini, un edificio nel quale si incontrano alcune delle personalità più importanti dell’architettura seicentesca.

Proprio Palazzo Barberini merita una sosta particolare. Qui la storia dell’arte pare mettere in scena un passaggio di testimone: Maderno avvia il progetto, Gian Lorenzo Bernini lo prosegue e Francesco Borromini lascia la propria impronta in una delle stagioni più fertili della sua carriera. Tre personalità diverse, tre modi di intendere lo spazio, un solo edificio capace di raccontare la trasformazione di un’intera epoca. Ma è quando si arriva a Borromini che la storia ticinese a Roma assume un carattere quasi vertiginoso. Nato a Bissone nel 1599 con il nome di Francesco Castelli, Borromini giunse nell’Urbe intorno al 1619. Prima di diventare uno dei più rivoluzionari architetti europei, lavorò come scalpellino nella Fabbrica di San Pietro, entrando in contatto con Carlo Maderno e con la cultura dei grandi cantieri pontifici. La sua vicenda dimostra quanto fosse sottile il confine tra mestiere e invenzione: la conoscenza profonda dei materiali, delle geometrie e delle tecniche costruttive poteva diventare il punto di partenza per una visione architettonica radicalmente nuova. Borromini non si limitò a costruire edifici: mise in discussione il modo stesso di concepire lo spazio.

Nella Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, conosciuta affettuosamente come San Carlino, le pareti sembrano respirare. Le superfici concave e convesse si alternano, le linee si inseguono, la luce modifica continuamente la percezione dell’ambiente. In uno spazio relativamente raccolto, l’architettura acquista una tensione sorprendente, come se la materia fosse sul punto di liberarsi dal proprio peso.

A Sant’Ivo alla Sapienza, la fantasia geometrica raggiunge una delle sue espressioni più alte. La pianta articolata, la cupola e la celebre lanterna a spirale compongono un movimento ascensionale che trasforma l’edificio in un’esperienza visiva e intellettuale. La sua grandezza non consiste soltanto nell’originalità delle forme, ma nel coraggio di immaginare ciò che ancora non esisteva. Se Maderno aveva contribuito a definire il volto monumentale della Roma papale, Borromini ne mise in discussione le certezze, aprendo nuove strade all’architettura europea.

E tuttavia, la presenza ticinese non appartiene esclusivamente ai grandi nomi che dominano le guide. Accanto agli architetti, nei cantieri romani lavoravano scultori e decoratori capaci di trasformare un progetto in un universo di dettagli, figure e movimenti. È qui che entra in scena Antonio Raggi, nato a Vico Morcote nel 1624, uno dei più importanti collaboratori di Bernini. Il suo nome è legato a opere che milioni di visitatori attraversano senza sempre conoscere la storia delle mani che le hanno realizzate. Nella Fontana dei Quattro Fiumi, a Piazza Navona, Raggi scolpì la figura del Danubio, contribuendo alla complessa rappresentazione dei grandi fiumi del mondo allora conosciuto.

Sul Ponte Sant’Angelo realizzò l’Angelo con la colonna, nell’ambito del progetto berniniano che trasformò il ponte in una straordinaria sequenza di figure cariche di pathos. La sua attività si estese anche agli apparati decorativi delle chiese romane, dove stucchi, figure allegoriche e sculture concorrono a creare quella teatralità che associamo immediatamente al Barocco. Raggi sapeva dare movimento alla pietra, rendere espressivi i corpi e trasformare un elemento decorativo in una presenza capace di catturare lo sguardo. La sua storia ci mostra quanto l’arte del Barocco sia il lavoro di una costellazione di artisti, spesso provenienti da territori lontani dalla capitale, che seppero interpretare e ampliare le intuizioni dei grandi maestri. La grande stagione ticinese non fu infatti un susseguirsi di individualità isolate, bensì una rete di famiglie, botteghe e imprese, capace di trasmettere competenze da una generazione all’altra: da Melide a Capolago, da Bissone a Coldrerio, le comunità del territorio alimentavano una mobilità professionale che portava uomini e conoscenze nei maggiori centri artistici d’Europa.

Anche la pittura partecipò a questa avventura, aggiungendo alla pietra e allo stucco il linguaggio del colore e della luce. Giovanni Serodine, originario di Ascona, morto a Roma intorno al 1630. La sua pittura, intensa e inquieta, si distingue per la forza delle figure, la materia cromatica e la libertà con cui affronta la tradizione naturalistica. A Palazzo Barberini è conservata una sua importante composizione dedicata ai santi Pietro e Paolo prima del martirio. Davanti a un’opera di Serodine si comprende che la presenza ticinese non contribuì soltanto a edificare la Roma monumentale: partecipò anche alla sua vita spirituale e intellettuale, offrendo interpretazioni originali della pittura del Seicento.

A questo punto, Roma appare diversa. L’obelisco di Piazza San Pietro non è più soltanto un simbolo della cristianità, ma anche il risultato di una straordinaria impresa diretta da un uomo di Melide. La facciata della basilica diventa la testimonianza del talento di Maderno, mentre le curve di Borromini raccontano la libertà di un artista nato a Bissone. Nella Fontana dei Quattro Fiumi si riconosce la mano di Raggi. E nelle opere di Serodine, la pittura restituisce a questa vicenda una voce intensa e personale. Non sarebbe corretto attribuire a questi artisti ogni elemento dei monumenti nei quali lavorarono, né ignorare le collaborazioni, le trasformazioni successive e le incertezze che accompagnano alcune attribuzioni. La ricerca storica richiede precisione, soprattutto quando si ricostruiscono origini geografiche e identità politiche appartenenti a epoche diverse. Ma proprio un’indagine rigorosa rende ancora più evidente la portata del fenomeno: per secoli, uomini provenienti dal territorio dell’attuale Canton Ticino furono parte integrante della macchina artistica e costruttiva della Roma papale. Il loro contributo non si misura soltanto nel numero delle opere, ma nella capacità di trasformare un mestiere in linguaggio universale. Partirono da terre di confine, portarono con sé abilità, ambizioni e relazioni professionali, e trovarono a Roma il luogo nel quale dare forma alle proprie idee. Le loro storie dimostrano che la grandezza di una città non nasce mai da un solo genio, ma dall’incontro fra talenti, saperi e generazioni.

Oggi basta attraversare una piazza, entrare in una basilica o alzare gli occhi verso una cupola per ritrovare questa eredità. E forse, dopo averla riconosciuta, non guarderemo più Roma nello stesso modo.

⭐ Dal Ticino a Roma: mani di pietra, visioni senza confini.

Dal cortile di Sant’Ivo alla Sapienza (Francesco Borromini)

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