Eleonora Alberti – Storica dell’Arte e Divulgatrice Culturale

Comprendere l’Arte, raccontarne il Valore.

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Monte Verità, l’arte come pratica quotidiana

E se un artista, invece di produrre opere, avesse deciso di fare della propria vita un’opera? È forse questa la domanda più radicale che Gusto Gräser consegna alla storia dell’arte. Una domanda che, a Monte Verità, non appartiene soltanto al passato. Dal 28 al 30 agosto 2026, il quarto workshop dedicato alla sua figura ha…

Quando la montagna diventa una soglia: Katia Accossato a prefazione de “La montagna incantata. Miti, leggende e luoghi energetici sul Monte S. Giorgio”

Alcuni libri raccontano un territorio, altri invitano a entrarvi. La montagna incantata. Miti, leggende e luoghi energetici sul Monte San Giorgio di Eleonora Alberti e Andrea Netzer, pubblicato da Fontana Edizioni nella collana Demetra (2026), nasce da questa seconda esigenza: non limitarsi a descrivere una montagna, ma imparare ad ascoltarla, attraversarla, interrogarla. Il libro si…

Monte Verità, dove la libertà diventa una forma del vivere

Ci sono luoghi che appartengono alla storia e luoghi che, invece, continuano a interrogare il presente. Monte Verità appartiene a questa seconda categoria. La sua forza non risiede soltanto nelle vicende che vi si sono svolte, né nell’elenco, ormai leggendario, degli artisti, scrittori, danzatori e pensatori che vi hanno soggiornato. Risiede nella domanda che, da…

Consigliere del Club per l’UNESCO Ticino

Vicepresidente dell’Associazione Valorizzazione dei Beni Culturali della Svizzera Italiana (AVBCSI)

Presidente del Lions Club Laveno Mombello Santa Caterina del Sasso

Membro del Comitato Direttivo e Scientifico della Gusto-Gräser-Gesellschaft

Formazione Accademica Mostre & Pubblicazioni

Progetto Castelgrande: Ivo Soldini e l’arte come forma libera del ritorno

L’11 giugno 2026, a Castelgrande, ho vissuto uno di quei momenti che una storica dell’arte incontra raramente nel corso della propria attività. Non si è trattato solo dell’inaugurazione di una mostra, né dell’occasione di osservare un importante progetto espositivo all’interno di uno dei luoghi più significativi del patrimonio culturale svizzero e mondiale. È accaduto qualcosa di più profondo: ho assistito all’incontro tra una vita dedicata all’arte e un luogo di secoli di memoria. Castelgrande ha smesso di essere una fortezza, un monumento, un documento storico da osservare e interpretare. È diventato uno spazio vivo attraversato da presenze, emozioni, ricordi e visioni. Le opere di Ivo Soldini non si sono limitate ad abitare il Castello: sono emerse dalle pietre a dialogare con le mura, a raccogliere e a restituire le stratificazioni del tempo. Le figure scultoree, disseminate nella corte e negli spazi interni, instaurano un confronto continuo con l’architettura millenaria, mentre i dipinti aprono percorsi più intimi e meditativi, capaci di accompagnare il visitatore in una dimensione sospesa tra memoria e immaginazione. L’esito è una condizione rara, nella quale il passato e il presente cessano di apparire separati e si trovano a convivere nello stesso respiro.

Ph Eleonora Alberti ©

La forza del Progetto Castelgrande (12 giugno 2026 – 8 novembre 2026) risiede precisamente in questa capacità di generare una relazione autentica tra opera e luogo. Non siamo di fronte ad una semplice retrospettiva che racchiude oltre sessanta sculture e sessanta dipinti realizzati nell’arco di cinquant’anni di ricerca. Partecipiamo a una costruzione narrativa che permette di leggere un percorso artistico attraverso uno spazio carico di storia. Ogni opera interroga il Castello e, nello stesso tempo, si lascia interrogare da esso. La pietra incontra il bronzo, la monumentalità della fortezza incontra la fragilità della condizione umana evocata dalle figure di Soldini, la memoria collettiva dialoga con quella personale dell’artista.

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Proprio le parole pronunciate da Soldini durante l’inaugurazione hanno offerto la chiave più efficace per comprendere il senso dell’intero progetto. «L’arte è lavoro, pensiero e visione, ma soprattutto l’arte non è ordine. L’arte è da sempre libertà». In quest’affermazione si concentra una riflessione di grande profondità. Castelgrande nasce come architettura del controllo, della difesa e della delimitazione dello spazio. È una fortezza costruita per proteggere, per sorvegliare, per affermare un potere. Soldini vi introduce invece il principio opposto: la libertà dell’immaginazione, l’apertura del pensiero, la possibilità di dare forma a ciò che non possiede ancora una forma definita. L’incontro tra queste due dimensioni genera una tensione straordinariamente fertile. Le opere non contrastano il luogo, né vi si sottomettono; instaurano piuttosto un dialogo che rende evidente come la creazione artistica rappresenti da sempre uno dei modi più alti attraverso cui l’essere umano supera i limiti imposti dalla realtà e trasforma l’esperienza vissuta in visione.

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Ancora più significativa è stata la dimensione autobiografica che l’artista ha voluto condividere con il pubblico. «C’è davanti a voi una persona che fa arte da quando ne ha memoria. Un bambino che sognava di diventare artista per dare forma ai sogni che vivevano nei suoi pensieri». In queste parole sta la consapevolezza di un percorso lungo una vita e la fedeltà ostinata a una vocazione coltivata fin dall’infanzia. Quel bambino, ha raccontato Soldini, è profondamente legato a Bellinzona. Qui ha trascorso parte della propria infanzia. Qui vivevano i suoi genitori. Qui conosceva Castelgrande come si abita un luogo familiare. «Quando avevo circa dieci anni questa fortezza era il nostro regno. Era ancora antica, rustica, selvaggia. I restauri non erano ancora stati fatti. Per noi bambini era il luogo perfetto per giocare e nascondersi». Nel suo racconto il Castello si trasforma improvvisamente. Le mura monumentali diventano scenario di corse, risate e avventure. Il ricordo del custode che rincorre i bambini per chiudere i cancelli riporta alla luce una dimensione umana e quotidiana che la storia ufficiale spesso dimentica. In quel momento ho compreso che questa mostra rappresenta molto più di un importante progetto espositivo. Rappresenta un ritorno. Un ritorno ai luoghi della memoria, alle radici di una sensibilità artistica, ai sogni che hanno accompagnato una vita.

“Ivo Soldini, un happening neolitico” di Peter Jankovsky

«Quei sogni, diventati bronzo e colore, si sono allargati nel tempo e oggi sono qui per voi, come un grande abbraccio collettivo». Quest’immagine contiene, forse, il significato più profondo dell’intera esposizione. Le opere raccolte a Castelgrande non sono semplicemente il risultato di cinquant’anni di lavoro; sono la testimonianza concreta di una fedeltà al proprio immaginario, della capacità di custodire nel tempo una visione e di condividerla con gli altri. La mostra assume, così, il carattere di un dono rivolto alla città e al pubblico. Un dono che nasce dall’incontro tra esperienza personale e memoria collettiva, tra ricerca individuale e desiderio di partecipazione.

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Ciò che mi ha profondamente commossa durante quest’inaugurazione è stata l’autenticità percepibile in ogni elemento della serata. L’autenticità delle parole dell’artista, l’autenticità del rapporto con il luogo, l’autenticità della partecipazione del pubblico. Ho visto persone lasciarsi coinvolgere dall’esperienza dell’arte con una disponibilità rara, sostare davanti alle opere, ascoltare, osservare, condividere emozioni e riflessioni. Ho percepito quella particolare energia che si genera quando l’arte riesce a creare comunità, quando diventa occasione di incontro e di riconoscimento reciproco. In un tempo spesso caratterizzato dalla velocità e dalla distrazione, assistere a un momento di attenzione collettiva così intensa rappresenta un’esperienza preziosa.

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Alla conclusione del suo discorso, dopo aver ringraziato coloro che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, il Comune di Bellinzona nel discorso di Mario Branda, i talks di Peter Jankovsky, gli amici, i collaboratori, gli sponsor, i tecnici, i curatori del catalogo Paolo Blendinger e Raphael Rues e le sue figlie Anna ed Emma, Soldini ha pronunciato una frase che resterà nella memoria di molti dei presenti: «Musica, per favore, musica!». In quel momento ho avuto l’impressione che le parole avessero raggiunto l’orizzonte. Dopo il racconto, dopo i ricordi, dopo la gratitudine e l’emozione, è stato necessario lasciare spazio a un linguaggio diverso, capace di esprimere ciò che non può essere interamente tradotto in concetti. È stato il compimento naturale di una serata costruita attorno alla sensibilità, all’immaginazione e alla condivisione nell’amore del territorio.

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Sono uscita da Castelgrande con una profonda gratitudine. Gratitudine verso un artista che continua a credere nella forza della creazione dopo cinquant’anni di lavoro. Gratitudine verso un luogo che ha saputo accogliere e amplificare questa visione. Gratitudine verso quell’esperienza rara che solo l’arte sa offrirci: la possibilità di sentirci parte di qualcosa di più grande di noi, di riconoscere nella bellezza una forma di conoscenza e nella memoria una risorsa capace di generare futuro. Per questo l’inaugurazione del Progetto Castelgrande resterà il ricordo di un incontro autentico tra un uomo, la sua storia, le sue opere e una comunità chiamata a condividere la stessa emozione.

Castelgrande conserva il tempo: Ivo Soldini gli ha restituito il sogno.

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