Alcuni libri raccontano un territorio, altri invitano a entrarvi. La montagna incantata. Miti, leggende e luoghi energetici sul Monte San Giorgio di Eleonora Alberti e Andrea Netzer, pubblicato da Fontana Edizioni nella collana Demetra (2026), nasce da questa seconda esigenza: non limitarsi a descrivere una montagna, ma imparare ad ascoltarla, attraversarla, interrogarla. Il libro si sviluppa attraverso quattordici itinerari che attraversano boschi, cave storiche, eremi, mulattiere e santuari. Ma il cammino, qui, non è soltanto una modalità per raggiungere una meta. È il metodo stesso della ricerca. Tornare sui sentieri, osservare gli stessi luoghi in stagioni differenti, confrontare ciò che appare con ciò che le fonti raccontano significa accettare che un territorio non si lasci conoscere in un unico sguardo.
Il Monte San Giorgio emerge così come una realtà stratificata, nella quale geologia, storia, arte, natura e memoria si incontrano e si trasformano reciprocamente. La ricerca sul campo e il lavoro d’archivio procedono insieme, in un continuo dialogo fra esperienza diretta e verifica documentaria. Anche la dimensione percettiva trova il proprio spazio: la luce, il silenzio, la corporeità del camminare diventano elementi capaci di ampliare la lettura storico-artistica. È proprio questa prospettiva a trovare una sintesi particolarmente intensa nella prefazione di Katia Accossato, architetta e docente, da oltre trent’anni impegnata nello studio dell’area insubrica, dell’architettura di confine e delle dinamiche territoriali fra Italia e Svizzera.
Per Accossato, «la conoscenza nasce dal movimento». Una frase che attraversa l’intero significato del libro. Camminare significa, infatti, immergersi nel luogo, lasciarsi sorprendere dalla topografia, dalle variazioni del paesaggio, dalle presenze naturali e dalle tracce lasciate dall’uomo. Il territorio smette di essere una superficie da osservare e diventa un’esperienza da vivere. Nella sua lettura, il Monte San Giorgio mostra con particolare evidenza questa capacità di rivelare differenze là dove sembrerebbe esistere uniformità: la biodiversità, i prati magri, le specie rare, la rete dei sentieri restituiscono un paesaggio complesso, riconosciuto anche attraverso l’inserimento nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale.
Ma è soprattutto la definizione del Monte come «soglia» a offrire una chiave interpretativa capace di andare oltre la semplice descrizione geografica. Soglia è ciò che separa, ma anche ciò che mette in comunicazione. Nel caso del San Giorgio, questa duplicità appartiene alla sua stessa natura: la stratificazione geologica collega il presente a un tempo remotissimo; la posizione fra Svizzera e Italia richiama una storia territoriale che precede i confini politici; la cultura insubrica testimonia una continuità fatta di scambi, percorsi, forme e memorie condivise. Accossato guarda, dunque, al confine non come a una frattura, ma come a una possibilità di relazione. Da qui il richiamo alla necessità di ricucire sentieri, territori e comunità, restituendo continuità a una geografia che le divisioni amministrative non possono cancellare. Anche il visionario progetto dell’architetto italo-svizzero Augusto Guidini, che all’inizio del Novecento immaginava un collegamento fra Morcote e Porto Ceresio inserito in una più ampia rete ferroviaria verso Milano, diventa il segno di una vocazione antica: mettere in relazione ciò che il confine tende a separare.
La «soglia» è allora anche una condizione dello sguardo. Stare sulla soglia significa non essere più completamente da una parte e non essere ancora dall’altra. Significa accettare l’incertezza, abitare il passaggio, riconoscere che ogni paesaggio contiene qualcosa che sfugge alla prima impressione. È qui che nella prefazione entra René Daumal e il suo Mount Analogue. La montagna immaginata dallo scrittore francese non è soltanto una vetta da conquistare: è il luogo di un percorso nel quale l’ascesa fisica coincide con una trasformazione interiore. Accossato riconosce la stessa tensione nel nostro libro e nella tradizione culturale che, da Petrarca sul Monte Ventoso fino alla rappresentazione delle alture nella pittura rinascimentale lombarda, ha spesso affidato alla montagna il compito di orientare lo sguardo verso un «oltre».
E allora la domanda di Daumal — che cosa cerchiamo davvero quando saliamo? — resta aperta. Forse è proprio questa la domanda che La montagna incantata consegna al lettore. Non una risposta, ma una possibilità. Non una rivelazione, ma un esercizio dello sguardo. Perché il Monte San Giorgio non si esaurisce nella sua bellezza, nella sua storia o nella sua eccezionale ricchezza naturale. Chiede tempo. Chiede ritorni. Chiede di essere percorso abbastanza lentamente da permettere alle tracce più discrete di emergere. Il cammino diventa così una forma di conoscenza e, nello stesso tempo, una forma di trasformazione. Mentre osserviamo il paesaggio, il paesaggio modifica il nostro modo di osservare. Mentre cerchiamo una traccia sul terreno, scopriamo che è il nostro stesso sguardo a lasciare una traccia nel luogo.
È questa, forse, la dimensione più profonda della Montagna incantata: l’invito a considerare il paesaggio non come uno sfondo, ma come un interlocutore. Una presenza capace di conservare memoria, generare domande e restituire significati inattesi a chi accetta di attraversarla. Alla fine del libro, dunque, il sentiero non termina. Continua oltre la pagina, oltre la vetta, oltre ciò che credevamo di conoscere. E forse è proprio lì che comincia la vera esplorazione.
⭐ Camminare per conoscere il Monte, conoscere il Monte per cambiare lo sguardo.

L’articolo di intervista a Katia Accossato è leggibile su Terra Ticinese – n. 4 – Agosto 2026
