Ci sono luoghi che non smettono davvero di parlare, nemmeno quando il silenzio li avvolge. Restano nelle pareti, nelle poltrone, nel legno di un palcoscenico, nelle voci di chi li ha attraversati. Aspettano. E talvolta accade che qualcuno ascolti quel silenzio e decida di trasformarlo nuovamente in vita. È ciò che è accaduto al Teatro alla Murata di Bellinzona, l’antico teatro dell’Oratorio della Collegiata, inaugurato ufficialmente il 19 settembre 2026 dopo un importante intervento di rinnovo e messa in sicurezza promosso e finanziato da Alessandro Ballabeni insieme alla moglie Stefania, scomparsa nel corso di quest’anno. Un luogo che rischiava di perdere la propria funzione e che oggi torna invece alla città con una nuova identità, una nuova energia e soprattutto una promessa: quella di essere abitato dalle generazioni future.

L’intervento del sindaco di Bellinzona, Mario Branda – Ph Massimo Zanderin
La storia di questo teatro comincia molto prima della sua rinascita. La struttura, risalente al 1954 e appartenente alla parrocchia, Fondazione dei Santi Pietro e Stefano, ha accompagnato per decenni la vita della comunità. Migliaia di giovani hanno incontrato qui il teatro, la musica, le storie, la fantasia. Una presenza discreta ma tenace, capace di mantenere acceso un luogo che il tempo e l’incuria avevano progressivamente consumato. Quando Alessandro Ballabeni vi è tornato con uno sguardo diverso, ha visto contemporaneamente tre cose: un edificio da risanare, una memoria da custodire e una possibilità da riaprire. Ma per Ballabeni quel luogo non era soltanto una struttura da adeguare alle normative. Era parte della propria storia. Da bambino aveva vissuto all’Oratorio gli anni della giovinezza, costruendo con quello spazio un rapporto affettivo profondo. E proprio la memoria personale si è trasformata in una responsabilità nei confronti della memoria collettiva.

Il discorso di Alessandro Ballabeni – Ph Massimo Zanderin
Nella primavera del 2024, dopo un incontro con alcuni amici, Alessandro e Stefania hanno deciso di fare qualcosa per quel teatro. Non una semplice donazione, non un contributo distante, ma una scelta personale: mettere a disposizione risorse proprie, competenze e tempo per restituire funzionalità a un bene della comunità. È qui che la vicenda del Teatro alla Murata diventa anche una riflessione sulla filantropia contemporanea. La loro idea parte da un principio semplice e, proprio per questo, radicale: non esiste una misura minima per fare il bene. Esiste piuttosto la disponibilità a mettere qualcosa di sé a favore degli altri. Denaro, certamente, ma anche competenze, relazioni, tempo, attenzione. Nel caso del Teatro alla Murata, questa disponibilità ha assunto una forma concreta. Ballabeni, già municipale di Bellinzona e professionalmente legato alla progettazione e all’esecuzione di impianti tecnologici, ha potuto unire alla volontà di intervenire anche una competenza tecnica maturata negli anni. Il progetto ha così affrontato le diverse esigenze della struttura: la sicurezza antincendio, gli impianti elettrici, l’illuminazione, l’audio, il riscaldamento, i servizi igienici, i camerini, l’accoglienza, la platea, il loggione, il palcoscenico e gli spazi dietro le quinte. I circa 250 seggiolini, ancora in buono stato, non sono stati sostituiti.

Disamina delle opere di Eleonora Alberti – Ph Massimo Zanderin
Il nuovo Teatro alla Murata non vuole essere soltanto una sala per spettacoli. È stato concepito come uno spazio aperto al teatro, alla musica, alla danza, alle performance, alle conferenze, alle proiezioni, ai corsi e agli incontri. Una struttura a disposizione di compagnie, associazioni, scuole, artisti, realtà culturali e di chiunque desideri proporre un progetto. Una scelta che racconta bene il senso dell’intervento: restaurare non significa semplicemente conservare. Significa permettere a un luogo di continuare a vivere. La vera inaugurazione, allora, non è soltanto quella del 19 settembre. È ogni volta che una porta si apre, una luce si accende, qualcuno sale sul palco, un ragazzo prova una battuta, una musicista accorda il proprio strumento, un pubblico prende posto. Anche le arti visive sono entrate nel progetto: qui leggete la disamina artistica. Alessandro Ballabeni ha chiesto a Fra Roberto Pasotti e a Ivo Soldini di confrontarsi con questo luogo e di realizzare due opere dedicate al teatro. Gli artisti, dopo aver visitato gli spazi, hanno tradotto sulla tela il proprio incontro con quella memoria e con quella rinascita. A questo patrimonio si aggiunge l’affresco del Buon Pastore, restaurato da Gennaro Corea. Il teatro diventa così un organismo nel quale architettura, scena, arti visive, musica e comunità possono incontrarsi.
Durante l’inaugurazione alla presenza di circa un centinaio di ospiti, senza i lavori, è stato ricordato, la struttura avrebbe rischiato la chiusura. Ora, invece, è pronta per una nuova stagione. E proprio qui il gesto di Alessandro assume il suo significato più profondo. Non si tratta soltanto di avere salvato un edificio. Si tratta di aver creduto che un luogo apparentemente marginale potesse ancora avere un futuro. In una società nella quale il patrimonio culturale viene spesso associato alle istituzioni, ai finanziamenti pubblici, ai grandi progetti, questa storia racconta un’altra possibilità: quella di un cittadino che riconosce un bene come parte della propria identità e decide di assumersene personalmente la responsabilità. Non è soltanto il denaro a fare la differenza. È la scelta di esporsi, di seguire un progetto, di affrontare problemi tecnici e amministrativi, di confrontarsi con artisti e professionisti, di immaginare una destinazione futura. È questa forse la distanza più significativa tra una donazione e una responsabilità: la seconda implica una visione. E la visione di Alessandro e Stefania è stata quella di non chiudere il teatro dentro la nostalgia. Al contrario, hanno scelto di consegnare la memoria al futuro. Un bene culturale non appartiene soltanto a chi lo possiede formalmente. Appartiene alle storie che vi sono accadute, alle persone che lo hanno abitato, a quelle che lo hanno mantenuto vivo e, soprattutto, a quelle che ancora non lo conoscono. Il teatro torna così a fare ciò per cui era nato: mettere in relazione le persone.

L’attrice Stefania Mariani con la violinista Amanda Nesa – Ph Massimo Zanderin
Nel corso dell’inaugurazione, Alessandro Ballabeni ha pronunciato una frase che può essere considerata la chiave dell’intero progetto: «Un Teatro non è soltanto un edificio. È un luogo dove le persone vengono a sentire e a trovare qualcosa o qualcuno. Dove la favola si spera diventi realtà». A quella favola ha dato voce anche Daniele Finzi Pasca, padrino artistico del Teatro alla Murata, intervenuto con un videomessaggio nel quale ha ricordato quanto sia importante per una società raccontare e raccontarsi storie. Il teatro permette proprio questo: mettere in scena i racconti, guardarli, riconoscersi, farli propri. E forse è questo che rende la filantropia culturale qualcosa di diverso da una semplice operazione economica. Una somma di denaro può finanziare un intervento. Una visione può generare una possibilità. Alessandro e Stefania hanno scelto di investire nella possibilità. Lo hanno fatto partendo da una memoria personale, trasformandola in un gesto rivolto alla collettività. Lo hanno fatto con la convinzione che il patrimonio non debba essere soltanto custodito ma abitato. E lo hanno fatto guardando soprattutto ai giovani, perché un luogo culturale ha senso quando riesce a diventare spazio per chi ancora deve trovare la propria voce.

LaRegione – 21.09.2026 – Fabio Barenco
Poi arriva una parola che sembra illuminare l’intero racconto: bellezza. «Perché arte e cultura vogliono dire bellezza. E la bellezza può salvare il mondo», dice Ballabeni. È una frase che potrebbe sembrare conclusiva. E invece il vero finale arriva con una risposta ancora più essenziale. La filantropia raggiunge la sua forma più autentica: quando il gesto di chi dona scompare dentro ciò che permette agli altri di costruire. La vera riuscita di questo progetto si misurerà nel momento in cui qualcuno, entrando per la prima volta in quella sala, sentirà di avere trovato un posto dove poter immaginare qualcosa che prima non esisteva. Perché restaurare un teatro significa salvare un edificio. Restituirlo alla città significa salvare una possibilità. Consegnarlo ai giovani significa consegnargli una vita. E forse, alla fine, la più autentica forma di filantropia non è lasciare qualcosa dietro di sé, ma creare uno spazio abbastanza grande perché qualcun altro possa entrarci e cominciare il proprio futuro.
⭐ Il teatro torna alla città, la città torna a sognare e il sipario, questa volta, si apre sul futuro.

Alessandro Ballabeni, Eleonora Alberti e Dario Simoni – Ph Massimo Zanderin
