E se ciò che chiamiamo realtà fosse soltanto la parte visibile di un universo molto più vasto? Se la materia, che consideriamo solida e permanente, fosse in realtà una manifestazione temporanea di qualcosa che non vediamo, una dimensione originaria nella quale tutto esiste ancora come possibilità? È questa una delle suggestioni più profonde che attraversano Ombre di Massimo Citro della Riva: un viaggio al confine tra fisica, biologia e metafisica, nel tentativo di interrogare la natura della materia, il mistero della vita e il rapporto tra coscienza e universo. L’ipotesi da cui prende forma questa riflessione è radicale: la materia sensibile non sarebbe il principio primo dell’esistenza, ma soltanto la sua manifestazione. Prima dei corpi, prima dello spazio e del tempo, esisterebbe una dimensione di materia pura, priva di massa, immobile, eterna, sottratta al divenire. Un archivio di ogni possibilità, un continuum originario dal quale emergerebbero tutte le forme del mondo.
Citro della Riva propone una distinzione particolarmente evocativa: da una parte la scena, dall’altra il retroscena. La prima è il mondo che conosciamo, quello della materia combinata, dello spazio-tempo, del movimento e della trasformazione. Il secondo è l’antimondo, il mare magnum della materia pura, una dimensione non spaziale e non temporale che rappresenterebbe la matrice invisibile di ogni manifestazione. «Come una tela sulla quale si ricama incessantemente la storia dell’universo». Un’immagine che sembra incontrare, almeno sul piano delle suggestioni, alcune delle questioni più affascinanti della fisica contemporanea. Il principio olografico, sviluppato attraverso i contributi di Gerard’t Hooft e Leonard Susskind, ipotizza infatti che l’informazione contenuta in una regione dello spazio possa essere descritta attraverso una teoria formulata sul suo confine, di dimensione inferiore. Una prospettiva che invita a ripensare il rapporto tra ciò che appare e ciò che costituisce il fondamento della realtà, senza tuttavia dimostrare l’esistenza della materia pura ipotizzata dall’autore.
Ma è quando lo sguardo si sposta dalla cosmologia alla biologia che il racconto diventa ancora più sorprendente. E se la vita fosse anche luce? Se le cellule, oltre a scambiarsi sostanze chimiche e segnali elettrici, comunicassero attraverso emissioni luminose debolissime, invisibili ai nostri occhi? Nel 1922 il biologo Alexander Gurwitsch formulò l’ipotesi delle radiazioni mitogenetiche, suggerendo che le cellule potessero emettere radiazioni ultraviolette associate ai processi di divisione cellulare. Nel 1928 Gábor e Reiter studiarono gli effetti delle radiazioni ultraviolette sullo sviluppo delle uova di riccio di mare. Erano i primi passi di un’indagine destinata ad alimentare una domanda affascinante: gli organismi viventi possiedono una forma di comunicazione luminosa? Nel 1934, a Venezia, un congresso di elettro-radiobiologia testimoniò l’interesse suscitato da queste ricerche. Negli anni Cinquanta Colli e Facchini si dedicarono allo studio delle emissioni elettromagnetiche dei semi di cereali e legumi, rilevando segnali di intensità estremamente ridotta. Si delineava così un territorio di ricerca nel quale la luce non era più soltanto ciò che illumina dall’esterno, ma anche un fenomeno associato alla materia vivente.
Nel 1975 Fritz-Albert Popp approfondì lo studio dei biofotoni, emissioni ultra-deboli di luce prodotte dai sistemi biologici. Secondo le sue ipotesi, queste emissioni potrebbero avere un ruolo nell’organizzazione e nella regolazione dei processi cellulari. Il DNA venne da lui considerato anche come una possibile struttura coinvolta nell’emissione e nell’organizzazione di segnali luminosi coerenti, in un’immagine che richiama quella di una stazione radio biologica. La ricerca sui biofotoni ha effettivamente documentato emissioni luminose ultra-deboli negli organismi, ma il loro ruolo come sistema generale di comunicazione cellulare rimane oggetto di studio e non costituisce una teoria scientifica definitivamente dimostrata. Il punto, tuttavia, è suggestivo: la cellula potrebbe essere molto più di un semplice contenitore di reazioni biochimiche. Potrebbe essere un sistema dinamico, capace di ricevere, elaborare e trasmettere informazioni attraverso molteplici modalità.
In questa direzione si collocano anche le ricerche di Kaznacheev e Mikhailova, sviluppate a Novosibirsk a partire dagli anni Settanta, sulle possibili comunicazioni elettromagnetiche tra cellule. Gli studiosi ipotizzarono l’esistenza di meccanismi di interazione a distanza, capaci di partecipare alla regolazione dei sistemi biologici. Le loro interpretazioni più radicali non hanno raggiunto una conferma sperimentale condivisa, ma hanno contribuito a mantenere aperta la questione della complessità della comunicazione cellulare. Un altro elemento fondamentale di questa visione è la coerenza. In fisica, un’onda coerente mantiene una relazione definita tra le proprie fasi. Quando più oscillazioni sono organizzate secondo rapporti stabili, possono generare fenomeni di interferenza e coordinamento. Il fisico Herbert Fröhlich ipotizzò che nei sistemi biologici potessero svilupparsi oscillazioni coerenti, mentre Ilya Prigogine, attraverso gli studi sulle strutture dissipative, mostrò come l’ordine possa emergere anche in sistemi lontani dall’equilibrio. Due percorsi differenti, ma accomunati dall’interesse per la capacità della natura di organizzarsi attraverso processi dinamici.
In Ombre, questa idea assume una dimensione ancora più ampia: la vita potrebbe essere attraversata da una rete di informazioni che mette in relazione le sue componenti, permettendo all’organismo di comportarsi come un insieme e non come una semplice somma di parti. È qui che entrano in gioco i microtubuli, strutture proteiche fondamentali per l’organizzazione interna delle cellule. Alcune ipotesi hanno attribuito loro possibili proprietà di elaborazione dell’informazione e di organizzazione elettrodinamica. È stata persino avanzata l’idea che possano partecipare a forme di comunicazione neuronale a distanza, come se i neuroni fossero collegati da una rete invisibile. Si tratta di interpretazioni e non di una comunicazione senza fili capace di sostituire le sinapsi, ma restituiscono l’immagine di un organismo attraversato da livelli di organizzazione ancora in parte da comprendere.
La questione diventa ancora più vertiginosa quando si introduce il pensiero. Negli anni Sessanta Cleve Backster condusse esperimenti sulle piante, collegandole a strumenti di rilevazione elettrica e sostenendo che queste manifestassero variazioni in risposta a stimoli e intenzioni umane. Le sue conclusioni hanno alimentato un interrogativo destinato a ritornare: fino a che punto gli esseri viventi sono sensibili all’ambiente e alle relazioni che li circondano? La riflessione di Citro della Riva si spinge oltre, considerando l’intenzione e l’emozione come possibili componenti di un campo informazionale. Realtà e immaginazione, pur rimanendo fenomeni distinti, possono produrre effetti psicofisiologici concreti. Lo dimostrano, entro limiti ben definiti, l’effetto placebo, l’ipnosi e le risposte corporee associate alle aspettative e agli stati emotivi. La mente, dunque, non è separata dal corpo: partecipa continuamente alla sua regolazione. Ma il passaggio dall’influenza psicofisiologica alla possibilità di modificare direttamente la materia esterna attraverso il pensiero resta una questione da dimostrare.
Il discorso si allarga poi alla natura stessa del tempo. Il fisico russo Nikolaj Kozyrev dedicò le proprie ricerche all’ipotesi che il tempo possedesse proprietà fisiche non ancora comprese, cercando di indagarne il rapporto con la causalità e i processi naturali. Da alcune interpretazioni successive sono derivati i concetti di campi torsionali, ipotizzati come forme di interazione capaci di propagarsi nel vuoto a velocità superiori a quella della luce. Nella visione proposta da Citro, il tempo potrebbe essere qualcosa di più di una successione di istanti: una dimensione attiva, una sorta di movimento che collega gli eventi e partecipa alla struttura della realtà. Anche la materia perde così la sua apparente solidità. Ciò che percepiamo come stabile potrebbe essere, a un livello più profondo, il risultato di processi dinamici e relazioni invisibili. È difficile non riconoscere, in questo scenario, un’eco di antiche concezioni filosofiche. Giordano Bruno immaginava un universo vivente, animato da un principio universale, nel quale le cose non erano entità isolate ma manifestazioni di un’unica realtà. La natura era attraversata da corrispondenze, legami e forze sottili. Il mondo visibile non esauriva l’esistenza, ma ne rappresentava soltanto una parte.
Anche il concetto di campi morfici elaborato da Rupert Sheldrake negli anni Ottanta si inserisce, in un contesto contemporaneo, in questa ricerca di una possibile memoria organizzatrice della natura. Secondo la sua ipotesi, i sistemi biologici sarebbero influenzati da una risonanza morfica, capace di collegare forme e comportamenti attraverso una memoria collettiva. Sheldrake ha richiamato, tra gli altri esempi, il comportamento di cani e gatti che sembrerebbero anticipare il ritorno dei proprietari. L’immagine di una natura organizzata attraverso campi di relazione possiede una forza evocativa straordinaria. La cellula appartiene al tessuto, il tessuto all’organo, l’organo all’organismo. L’individuo stesso è parte di una comunità, di una rete di rapporti e di una storia condivisa. Ogni forma sembra trovare il proprio significato nell’insieme al quale appartiene. È forse proprio questa la domanda che attraversa tutte le pagine di Ombre: siamo davvero esseri separati, immersi in un universo fatto di oggetti indipendenti, oppure partecipiamo a una realtà molto più interconnessa di quanto riusciamo a percepire?
Il richiamo all’immaginazione, alla convinzione e all’intenzione conduce infine a una dimensione che supera la semplice indagine scientifica. L’essere umano non è soltanto un osservatore del mondo, ma un soggetto che lo interpreta, lo attraversa e lo trasforma attraverso le proprie azioni. Le emozioni influenzano il corpo, le convinzioni condizionano le scelte, l’amore e la paura modificano il modo in cui entriamo in relazione con gli altri. Forse è qui che il discorso trova il suo approdo più profondo. Non nella pretesa di avere svelato definitivamente i segreti della materia, ma nell’invito a non confondere ciò che vediamo con tutto ciò che esiste. La realtà potrebbe essere più vasta della sua rappresentazione. Potrebbe nascondere livelli di organizzazione, relazioni e possibilità che ancora non sappiamo riconoscere. E forse il mistero più grande non è capire se siamo dentro un universo olografico, se la materia derivi da un continuum invisibile o se la vita possieda forme di comunicazione che ancora ci sfuggono. Il mistero è comprendere quale posto occupiamo in questa trama.
Il pensiero di Giordano Bruno, la ricerca contemporanea sui sistemi viventi e le riflessioni di Citro della Riva si incontrano idealmente in una domanda che rimane aperta: e se il mondo che consideriamo reale fosse soltanto il lato visibile di uno specchio? Forse non siamo chiamati a possederlo, né a dominarlo, ma a riconoscere il legame che ci unisce a tutto ciò che esiste. Amare, donare, aiutare senza calcolo: non come formule per governare misteriose energie, ma come espressioni di una consapevolezza più alta. Perché, se c’è un retroscena che merita davvero di essere scoperto, potrebbe essere quello che ci ricorda che nessuna esistenza è completamente isolata. E allora il velo si assottiglia. La materia torna a essere una domanda, il tempo un mistero, la coscienza una soglia. E noi, collocati su questo curioso lato dello specchio, continuiamo a guardare il mondo senza sapere se stiamo osservando la realtà o soltanto la sua ombra.
Perché ne parla una storica dell’arte? La storia dell’arte non è soltanto la storia delle immagini, degli stili e delle forme. È, più profondamente, lo studio di come l’essere umano abbia cercato, attraverso i secoli, di rendere visibile ciò che invisibile non è: il sacro, l’infinito, l’energia, il tempo, la coscienza, il mistero dell’esistenza. La mia doppia formazione, umanistica e scientifica, come quella di Massimo Citro della Riva, consente di osservare questi fenomeni da una prospettiva interdisciplinare, nella quale il rigore dell’indagine incontra la libertà della riflessione. La cultura umanistica permette di riconoscere le radici filosofiche, simboliche e iconografiche delle grandi domande dell’uomo; quella scientifica offre strumenti per interrogare le teorie, comprenderne i presupposti e distinguere ciò che è dimostrato da ciò che rimane ipotesi. Ogni opera d’arte, in fondo, è un tentativo di dare corpo a qualcosa che prima non aveva forma: un pensiero, un’emozione, una visione del mondo.
È proprio questo sguardo che conduce a libri come Ombre, per esplorare i territori nei quali il pensiero umano continua a interrogarsi sulla natura della realtà. L’arte, la filosofia e la scienza, pur parlando linguaggi differenti, condividono una medesima origine: la necessità di comprendere ciò che ci circonda e di spingersi oltre i confini di ciò che già conosciamo.
⭐ Il visibile è superficie del mistero: imparare a guardare oltre è il primo atto della conoscenza.

Bellaria-Igea Marina, 2026
