Eleonora Alberti – Storica dell’Arte e Divulgatrice Culturale

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Il Teatro che torna alla Città: l’inaugurazione “alla Murata” di Bellinzona

Ci sono luoghi che non smettono davvero di parlare, nemmeno quando il silenzio li avvolge. Restano nelle pareti, nelle poltrone, nel legno di un palcoscenico, nelle voci di chi li ha attraversati. Aspettano. E talvolta accade che qualcuno ascolti quel silenzio e decida di trasformarlo nuovamente in vita. È ciò che è accaduto al Teatro…

All’inaugurazione del Teatro alla Murata di Bellinzona: la disamina delle tre opere artistiche commissionate da Alessandro e Stefania Ballabeni

Per iniziare la disamina delle tre opere d’arte dedicate e commissionate per il Teatro alla Murata di Bellinzona, completamente riattato dall’operazione di filantropia culturale di Stefania e Alessandro Ballabeni, parto dal concetto per cui il caso non esiste. E non è un caso che questa frase nasca proprio in Canton Ticino, esattamente a Montagnola. Dentro…

“La Montagna incantata” (2026): quando il Monte San Giorgio diventa un viaggio nel tempo, nella memoria e nell’immaginario

Una montagna può contenere quasi 240 milioni di anni di storia e, nello stesso tempo, custodire racconti, devozioni, paure, leggende e memorie che appartengono alla vita degli uomini? La risposta è arrivata l’8 settembre 2026 a LaFilanda di Mendrisio, dove il pubblico si è lasciato accompagnare dentro il mondo de “La Montagna incantata – Miti,…

Consigliere del Club per l’UNESCO Ticino

Vicepresidente dell’Associazione Valorizzazione dei Beni Culturali della Svizzera Italiana (AVBCSI)

Presidente del Lions Club Laveno Mombello Santa Caterina del Sasso

Membro del Comitato Direttivo e Scientifico della Gusto-Gräser-Gesellschaft

Formazione Accademica Mostre & Pubblicazioni

“San Giorgio. Il viaggio di un santo cavaliere dall’Oriente a Genova”: il drago tra mito, coscienza e immaginazione
Monte San Giorgio, veduta dall’alto, Ti-Press, Ely Riva, 2002.

Certe figure attraversano i secoli come se il tempo non avesse il potere di consumarle. Non appartengono soltanto alla storia, né alla leggenda: abitano uno spazio più profondo, quello dell’immaginazione collettiva. Tra queste presenze necessarie si colloca San Giorgio, cavaliere e martire, figura che ho incontrato molte volte nei miei studi e che continua a tornare quale segno ricorrente, come un richiamo. A lui ho dedicato anni di ricerca tra fonti, immagini e territori, sino a giungere anche al paesaggio simbolico del Monte San Giorgio, sul quale sarà presto pubblicato, con Fontana Edizioni, un volume frutto di un lungo lavoro. Non è solo una montagna: è un luogo dove la geologia, la memoria e il mito si sfiorano, e dove il nome del santo risuona come un’antica eco.

Mostra “San Giorgio. Il viaggio di un santo cavaliere dall’Oriente a Genova”, Palazzo Reale di Genova, Teatro del Falcone, 31 ottobre 2025 – 1° marzo 2026; la prima grande rassegna interamente dedicata a San Giorgio, uno dei quattro santi patroni della città.

Questo percorso di ricerca si intreccia naturalmente con la recente esposizione “San Giorgio. Il viaggio di un santo cavaliere dall’Oriente a Genova”, ospitata a Palazzo Reale. La mostra ha ricostruito l’itinerario iconografico e culturale del santo, dalle origini orientali sino alla piena affermazione nella civiltà europea. Il viaggio di Giorgio è infatti anche il viaggio di un’immagine: dal Mediterraneo orientale alle città mercantili d’Occidente, fino a diventare simbolo identitario della stessa Genova. La mostra, promossa dai Musei Nazionali di Genova, ha consentito di osservare come la figura cappadoce, vissuta secondo la tradizione tra il III e il IV secolo e martirizzata nel 303 d.C., si sia trasformata nel tempo in una delle immagini più potenti della cristianità e dell’immaginario cavalleresco europeo.

Scultore lombardo, San Giorgio e il drago, c.a. 1460-1470, Musei Nazionali di Genova, particolare.

Eppure, prima ancora del cavaliere, c’è il drago. Nel celebre prologo al suo bestiario fantastico, Jorge Luis Borges (1899-1986), scrittore argentino tra i più influenti del Novecento, pubblicò il Manuale di zoologia fantastica nel 1957 (poi ampliato nel 1967 con il titolo Il libro degli esseri immaginari). La definizione, così poetica, tocca un punto essenziale: alcune immagini ritornano perché parlano di qualcosa che l’uomo non smette di incontrare dentro di sé. Il drago, nelle culture più diverse, è la forma narrativa dell’ignoto, della paura primordiale, della materia caotica che precede l’ordine. Se il drago fosse amico, allora l’intera scena cambierebbe significato. Per secoli abbiamo guardato San Giorgio come il cavaliere che trafigge il mostro, simbolo della vittoria del bene sul male. L’iconografia medievale ha fissato quell’istante: il cavallo impennato, la lancia tesa, la creatura schiacciata sotto gli zoccoli. È una delle immagini più potenti della cultura europea, diffusa da Oriente ad Occidente e consacrata nella tradizione narrativa della raccolta agiografica della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (1230 circa – 1298), composta intorno al 1260-1290 e decisiva alla diffusione medievale del racconto di San Giorgio e del drago. Eppure l’immagine, come accade per tutti i grandi simboli, non è mai chiusa. Vive di interpretazioni successive.

Andrea Mantegna, San Giorgio, 1459-1460, Galleria dell’Accademia di Venezia.

Il drago, nelle mitologie del mondo, non è soltanto un mostro. Come ha svelato lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986), è custode di soglie, guardiano di tesori, forza primordiale della terra. In molte tradizioni orientali non viene ucciso: viene rispettato, talvolta persino ascoltato. La sua figura non rappresenta semplicemente il male, ma ciò che l’uomo teme perché non lo conosce ancora. Se si guarda la scena mediante la lettura junghiana, il combattimento può assumere una forma diversa: il cavaliere non affronta solo un nemico esterno, bensì incontra una parte nascosta della realtà e forse anche di sé stesso. Il drago diventa allora la potenza primigenia della vita: istinto, paura, energia non ancora ordinata. In questa prospettiva il gesto della lancia non è soltanto distruzione ma rivelazione. Il mito, così, cambia direzione e la lotta diviene dialogo. Il mostro, anziché essere eliminato, viene trasformato e molte immagini antiche contengono già questa ambivalenza. Il drago non è sempre morente: talvolta sembra quasi piegarsi, come un animale domato. Il cavaliere non appare furioso ma concentrato, come se sapesse che il vero duello non si svolge soltanto nella materia. Quando, nel Medioevo, la figura del santo guerriero si unisce a quella del drago, accade qualcosa di straordinario: la storia di un martire orientale si trasforma in una scena simbolica universalmente comprensibile. Il cavaliere che trafigge il drago non racconta esclusivamente un episodio leggendario, mette in scena una dinamica interiore. Il combattimento non si svolge solo nella pianura della fiaba bensì nello spazio invisibile della coscienza.

Pittore bresciano (?), San Giorgio, il drago e la principessa, c.a. 1460-65, Pinacoteca Tosio-Martinengo, Brescia, particolare.

La vicenda di Giorgio, nella sua forma più antica, parla di un soldato originario della Cappadocia, martire della fede e testimone di una resistenza spirituale che supera il dolore. Nei testi greci e nelle tradizioni siriache e copte la sua figura è quella di un combattente che non arretra, un uomo capace di opporsi alla violenza del potere e alla seduzione degli idoli. Non è un eroe invincibile: è qualcuno che attraversa la prova. Nel passaggio dall’Oriente bizantino all’Europa medievale, questa storia si arricchisce di una dimensione immaginativa. Con la diffusione della Legenda Aurea, il racconto assume la forma che conosciamo: il cavaliere, il drago, la principessa, la città salvata. Ma ciò che rende duratura questa scena non è la sua verosimiglianza storica quanto la sua forza simbolica. Ogni civiltà, in fondo, ha bisogno di una narrazione che rappresenti la possibilità di affrontare il caos. Il drago diventa così l’immagine di ciò che minaccia l’ordine umano e il cavaliere incarna la coscienza che osa guardare quell’ombra e attraversarla. Non sorprende che questa figura abbia assunto un valore politico e identitario in molte culture. La croce rossa su campo bianco, emblema della Repubblica marinara, ha trasformato Giorgio in uno dei segni più riconoscibili della storia di Genova. La Repubblica di Genova adottò la croce rossa su fondo bianco già nel XII secolo, simbolo che nel tempo sarebbe stato condiviso con altre tradizioni europee e associato anche al culto del santo. Nel tempo la sua immagine ha viaggiato ancora: è entrata nella bandiera dell’Inghilterra, è stata recuperata in contesti simbolici dell’Europa orientale ed è riemersa persino nelle narrazioni visive contemporanee.

Lorenzo Fasolo (attr.), San Giorgio e un gruppo di disciplinati, c.a. 1490-1500, Pinacoteca civica, Savona, particolare.

Un’immagine così persistente sembra obbedire ad una legge invisibile: ciò che nasce come racconto religioso si trasforma lentamente in archetipo culturale. Le epoche cambiano, tuttavia la scena rimane. Il cavallo che avanza, la lancia abbassata, il drago che si torce sotto il colpo. Chi osserva attentamente queste ricorrenze potrebbe persino parlare di una particolare forma di sincronia significativa: momenti, incontri, nomi che sembrano rispondersi a distanza, come se una trama simbolica attraversasse la vita reale. In queste circostanze il mito smette di essere soltanto materia di studio e diventa una lente attraverso cui leggere le pieghe dell’esperienza. Forse è per questo che alcune figure storiche finiscono per apparire anche come presenze interiori: non perché siano semplicemente esistite, ma perché continuano ad agire nell’immaginario collettivo. San Giorgio non è soltanto un santo martire della tarda antichità: è la rappresentazione di una tensione umana antichissima, quella che spinge l’individuo a confrontarsi con la propria ombra per trasformarla.

In questa prospettiva, il viaggio del santo dall’Oriente a Genova non è solo un itinerario geografico. È il percorso di un’immagine che attraversa culture, lingue ed epoche e che continua a riapparire laddove qualcuno riconosce nel drago qualcosa di familiare. Forse ogni epoca ha il suo mostro necessario. E forse ogni vita, prima o poi, incontra il proprio cavaliere.

Perché il drago cambia volto, ma la lancia della coscienza continua a cercarlo nel cuore dell’uomo.

Officine orafe bizantine e veneziane, Reliquiario del braccio di San Giorgio (ante 1204 e ante 1325), Gruppo con San Giorgio e il drago, 1325 e XV secolo, Procuratoria di San Marco, Venezia, particolare.

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