Eleonora Alberti – Storica dell’Arte e Divulgatrice Culturale

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✓ Consigliere del Club per l’UNESCO Ticino

✓ Vicepresidente dell’Associazione Valorizzazione dei Beni Culturali della Svizzera Italiana (AVBCSI)

✓ Presidente del Lions Club Laveno Mombello Santa Caterina del Sasso

✓ Membro del Comitato Direttivo e Scientifico della Gusto-Gräser-Gesellschaft

✓ Formazione Accademica Mostre & Pubblicazioni

Opere esposte: quando lo scatto sottrae il piacere dello sguardo

Entrare in una sala espositiva oggi significa attraversare una pioggia intermittente di schermi accesi, braccia sollevate, dispositivi che catturano ciò che, un tempo, chiedeva soltanto silenzio e permanenza. L’occhio, che dovrebbe indugiare, viene invece spinto a scattare, a fissare senza davvero trattenere. Resta così un paradosso sottile: il mondo si moltiplica mentre la visione si assottiglia e ciò che era incontro diventa archivio.

Davanti a un dipinto di Georges de La Tour (1593-1652), la luce non è solo uno strumento compositivo, ma una forza che separa la realtà dalla finzione e l’anima dal corpo. La Maddalena penitente (1638) non è semplicemente un quadro che rappresenta una figura, ma uno spazio dove luce ed ombra esplorano il concetto di redenzione. Eppure il gesto contemporaneo interromperebbe proprio quel tempo sospeso, trasformandolo in file digitali, in memoria senza presenza.

C’è poi Johannes Vermeer (1632–1675), che non espone eventi ma attese, respiri trattenuti. In Ragazza con l’orecchino di perla (1665), la figura femminile non appartiene ad una narrazione bensì a una durata interiore, che si apre come una soglia psicologica. In quell’istante non accade nulla e proprio per questo tutto accade. Ma il clic interverrebbe come un rumore mentale, simile a un pensiero ossessivo che sostituisce la percezione.

Con Claude Monet (1840-1926) la superficie vibra, si disfa, si ricompone nell’instabilità della luce mattutina. In Impression soleil levant (1872), l’alba non è più paesaggio ma sensazione ottica in movimento, quasi una teoria del vedere che anticipa la frammentazione moderna. E tuttavia l’abitudine contemporanea congelerebbe ciò che nasce per sfuggire, trasformando l’impressione in possesso.

Poi arriva Piero Manzoni (1933-1963), con la sua Achrome (1958): si tratta di un’opera che lascia senza risposta, una tela che non sembra più dipinta ma solo lasciata essere, scivolata nell’indifferenza del bianco. Manzoni non voleva un quadro da osservare ma un campo dove l’assenza stessa di segni potesse mettere in discussione la nostra visione della pittura. Qui la psicologia della percezione si incrina: ciò che vediamo dipende da come siamo disposti a perdere certezze.

In Edward Hopper (1882-1967) la solitudine non è tema ma condizione luminosa. I corpi seduti dietro una vetrata sembrano appartenere a una zona intermedia tra presenza e assenza, come se l’identità si ritirasse dietro una cortina di vetro urbano. La scena di Nighthawks (1942) non si lascia consumare in fretta: richiede, invece, un rallentamento che contrasta con l’urgenza dello scatto continuo.

La mente contemporanea, osservata attraverso la lente della psicologia cognitiva, tende alla sovrapposizione: attenzione divisa, memoria esternalizzata, esperienza delegata. Fotografare incessantemente diventa, allora, una strategia di controllo, quasi una difesa dall’ansia di perdita. Ma ciò che si accumula non coincide con ciò che si vive. E mentre si registra, si smette di abitare.

In questa deriva, il museo non sarebbe più spazio di ascolto visivo bensì teatro di gesti ripetuti. L’opera non si concederebbe, verrebbe prelevata. Eppure l’arte (r)esiste, come un organismo che richiede durata. Non solo l’immagine ma anche la sua sottrazione chiede rispetto, come se il vedere fosse un atto che implica responsabilità e non semplice acquisizione.

Il pensiero si fa allora più lento, quasi contrario alla velocità dominante. Ogni opera non rappresenta soltanto un oggetto storico ma un invito a disimparare la fretta, a lasciare che l’occhio dimentichi la propria funzione predatoria. È un esercizio di resa, una disciplina invisibile che si oppone alla compulsione di possesso iconico.

E mentre il rumore degli scatti continua a moltiplicarsi, resta una domanda che non si pronuncia ma si avverte, come una presenza laterale che accompagna ogni passo tra le sale: che cosa perdiamo quando crediamo di salvare tutto?

Forse la risposta non è una conclusione ma un gesto diverso, un rallentamento che coincide con il ritorno dello sguardo a se stesso, senza mediazioni.

⭐ Guardare davvero è già (r)esistere.

Vittorio Matteo Corcos, Alla fontana (Le due colombe), 1896, Collezione privata.

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